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Rischio cardiovascolare: nuovi marcatori di rischio e necessità di una terapia immediata!

Fonte: XXIV Congresso Nazionale SISA.

Sono sempre più numerose le evidenze che il colesterolo LDL da solo non basta a determinare il rischio cardiovascolare. Lo studio JUPITER (Justification for the Use of statins in Primary prevention: an Intervention Trial Evaluating Rosuvastatin), infatti, ha dimostrato che anche livelli elevati di proteina C-reattiva (CRP) sono un fattore predittivo di eventi cardiovascolari e che le statine, e in questo caso rosuvastatina, agiscono non solo riducendo i livelli plasmatici di colesterolo, ma anche i livelli plasmatici di CRP. Durante il congresso SISA è emerso chiaro il concetto che bisogna aggredire la fase pre-clinica della malattia aterosclerotica per ridurre sempre di più gli eventi cardiovascolari futuri. Come identificare, allora, i pazienti da porre in prevenzione primaria? Gli esperti consigliano di applicare in prima istanza le ormai note carte del rischio di Framingham e di integrarle, successivamente, con la valutazione di alcuni biomarkers plasmatici tra i quali, ad esempio, proprio la CRP oppure con l’identificazione e quantificazione dell’aterosclerosi quando è ancora in fase subclinica attraverso metodiche non invasive o invasive (IVUS). È anche emerso il concetto che, una volta identificato il paziente a rischio e identificato il target terapeutico che ci dobbiamo prefiggere, bisogna partire subito utilizzando la statina che dagli studi precedenti si è dimostrata più efficace al dosaggio più basso in modo da non titolare il farmaco e in modo da raggiungere il più rapidamente possibile il target terapeutico.

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