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Il problema degli STEMI non riperfusi

Fonte: Congresso SIC 2010.

Bel Simposio, nell’ultima giornata del Congresso della Società Italiana di Cardiologia, su un tema spesso dimenticato ma scottante, quello degli STEMI non riperfusi. Inizia il Prof. Pizzi, dell’Università di Bologna, che ha inquadrato e quantificato molto bene il problema. I pazienti che, nonostante siano colpiti da infarto miocardico con ST sopraslivellato, non ricevono alcun tipo di rivascolarizzazione oscillano tra il 16 e il 30% ed i motivi di ciò sono da ricercarsi o nei ritardi nell’accesso in PS e, quindi, un ritardo diagnostico oltre le canoniche 12 ore, oppure per la presenza di copatologia che ne precludono qualsiasi tentativo di rivascolarizzazione (anche se, come più volte sottolineato dal Prof. Pizzi, la maggior parte di tali controindicazioni sono di fatto relative). Tra queste, l’età avanzata, il sesso femminile, il rischio di sanguinamento sono tutti fattori predittivi importanti per il mancato tentativo di rivascolarizzazione. La seconda relazione, ad opera del Dott. Ottani, ha riguardato l’analisi del trial OAT, che insieme al TOSCA-2, rappresentano forse gli unici trial di grandi dimensioni sull’argomento. Le principali conclusioni sono state le seguenti: in pazienti clinicamente stabili con occlusione coronarica completa ed infarto avvenuto da 3 a 28 giorni, la strategia sistematica della PCI e stent è efficace nell’ottenere la pervietà immediata e a distanza del vaso, inefficace a ridurre, nel follow up a 4 anni, il rischio combinato di morte, reIMA e scompenso NYHA IV. E’ associata ad un trend sfavorevole di reinfarto, inefficace nel migliorare la FE a 12 mesi ed, infine, è risultata efficace nel limitare la progressiva dilatazione ventricolare sinistra. Il Prof. Galassi dell’Università di Catania, ha affrontato il tema della diagnostica invasiva, preceduta o meno dalla non invasiva, nel decision making di questi pazienti. Il Prof. Galassi ha sottolineato il valore della RM cardiaca nell’identificare l’area a rischio e nella quantificazione di miocardio necrotico (anche a livello del solo sotto-endocardio). Ha chiuso il simposio il Dott. Zacà, al suo secondo intervento in questo congresso, che ha dato, come sempre, una impostazione molto clinica e pratica del problema, sottolineando l’importanza della valutazione clinica del paziente e le conseguenti implicazioni cliniche, la necessità di intraprendere un trattamento comunque aggressivo, sia cardioprotettivo (mediante beta bloccanti ed ACE inibitori), sottolineando il ruolo fondamentale delle statine ad alto dosaggio e sottolineando il ruolo fondamentale dell’antiaggregazione. Nella gestione in acuto del paziente, inoltre, in particolare per quanto riguarda il paziente ad elevato rischio di sanguinamento, l’uso della bivalirudina ha dimostrato superiorità per quanto riguarda l’incidenza dei sanguinamenti con uguale o superiore efficacia anticoagulante rispetto ai trattamenti standard.

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