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Danno miocardico durante l’intervento coronarico percutaneo: un obiettivo importante per la cardioprotezione

Fonte: European Heart Journal, Volume 32, Issue1Pp. 23-31.

L’intervento coronarico percutaneo (PCI) è diventato predominante nella procedura di rivascolarizzazione coronarica in pazienti con malattia sia stabile sia instabile e nei casi di coronaropatia (CAD). Negli ultimi due decenni, i progressi tecnici nel PCI hanno portato ad una procedura migliore e più sicura con un tasso minimo di complicanze procedurali. Tuttavia, circa il 30% dei pazienti sottoposti a PCI elettivo ha un danno miocardico derivante dalla procedura stessa, la cui entità è abbastanza significativa per la prognosi, riducendo alcuni degli effetti benefici della rivascolarizzazione coronarica. La disponibilità di biomarcatori sierici più sensibili di danno miocardico come la creatina fosfochinasi isoenzima MB (CK-MB), troponina T e Troponina I ha consentito la quantificazione del danno miocardico precedentemente non rilevabile. I danni miocardici dovuti alla procedura (PMI) possono anche essere visualizzati tramite risonanza magnetica cardiaca, una tecnica che permette la rilevazione e la quantificazione di necrosi miocardica dopo PCI. L'identificazione di pazienti con CAD a maggior rischio di presentare PMI durante PCI permetterebbe un trattamento mirato con nuove terapie in grado di limitare la portata di PMI o di ridurre il numero di pazienti che presentano PMI.

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