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Accontentarsi di livelli non perfettamente a target di LDL equivale a perdere la lotta al rischio CV

Fonte: Congresso Nazionale SICOA 2011, Napoli.

A Napoli, nell'ambito del congresso nazionale di SICOA, si è assistito ad un programma denso di interventi interessanti come quello sulla EBM (Evidence Based Medicine) nell'ambito della terapia con statine a vantaggio del paziente. Enrico Pusineri, cardiologo del polo ospedaliero di San Donato Milanese, ha definito i margini della discussione mostrando che tra eventi CV e livelli di LDL c'e una correlazione geometrica lineare non ancora limitata da dati negativi o da effetti curva J. Addirittura, estrapolando i dati dagli studi disponibili fino ad ora, con livelli di LDL tendenti a 30 md/dl in prevenzione secondaria gli eventi CV tenderebbero a 0. Stessa cosa per la prevenzione primaria con 50 mg/dl, come si nota in certe popolazioni native di paesi non sviluppati che non si ammalano di arteriosclerosi e che hanno colesterolemie LDL che si attestano su questi valori molto bassi. Accontentarsi, quindi, non serve tanto che, negli Stati Uniti, una metanalisi pubblicata nel 2009 ha mostrato che la stragrande maggioranza dei soggetti affetti da SCA e ospedalizzati avevano colesterolo LDL intorno ai 130 mg/dl e non a livelli straordinariamente elevati. Per questo non sorprendono i dati dello studio JUPITER che ha arruolato una popolazione pressochè normale e ha mostrato, per altro anche sulle donne, che utilizzando rosuvastatina, partendo da valori di base di 108 mg/dl, si è ottenuta una riduzione del 50% del LDL che ha portato ad una riduzione dell'end poni primario del 44%. Il beneficio è stato su tutti i sottogruppi in modo trasversale e si è ridotta anche la morte del 20%. Quindi è opportuno riflettere sulla gestione abituale del rischio CV, soprattutto in quei pazienti che ci appaiono non particolarmente a rischio e senza pregressi eventi. In questa popolazione con colesterolo considerato il più delle volte quasi normale, si deve intervenire per evitare una mortalità e morbilità che continua a mietere vittime ogni anno. In questi soggetti il 50% ha raggiunto un colesterolo LDL inferiore a 55% senza problemi di miopatie, epatopatie o screzi renali. I dati dello JUPITER hanno spinto la FDA anche a considerare il test della proteina C reattiva così come il trattamento di soggetti oltre i 50 anni soprattutto se a rischio per diabete. Una sottoanalisi dello JUPITER, recentemente pubblicata, sulla popolazione dello studio con rischio di framingham oltre il 20%, rosuvastatina ha ridotto il rischio CV del 50% raggiungendo un NNT di 26.

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