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Metformina e rischio di mortalità: una nuova metanalisi pone dubbi sulla reale capacità preventiva sulla mortalità CV e per tutte le cause!

Fonte: PLoS Med 2012; 9(4):e1001204.

Lo studio UKPDS ha dimostrato che metformina riduce la mortalità rispetto alla sola dieta in soggetti sovrappeso con diabete mellito di tipo 2. Da allora, metformina è stata usata come terapia di prima linea, nei pazienti sovrappeso, anche se la terapia con metformina potrebbe aumentare il rischio di mortalità. Questa metanalisi di studi randomizzati ha valutato l’efficacia di metformina sulla mortalità cardiovascolare e sulla mortalità per tutte le cause nei pazienti affetti da diabete mellito di tipo 2. Tredici studi sono stata inclusi per un totale di 13.110 pazienti; 9.560 pazienti sono stati trattati con metformina e 3.550 con trattamento convenzionale o placebo. Metformina non ha significativamente influenzato la mortalità per tutte le cause, con un risk ratio (RR) = 0.99 (95% CI: da 0.75 a 1.31), nè la mortalità cardiovascolare, RR = 1.05 (95% CI: da 0.67 a 1.64). La terapia con metformina non ha nemmeno influenzato il tasso di infarto del miocardio, RR = 0.90 (95% CI: da 0.74 a 1.09); di ictus, RR = 0.76 (95% CI: da 0.51 a 1.14); scompenso cardiaco, RR = 1.03 (95% CI: da 0.67 a 1.59); vasculopatia periferica, RR = 0.90 (95% CI: da 0.46 a 1.78); amputazione di arti inferiori, RR = 1.04 (95% CI: da 0.44 a 2.44); e complicanze microvascolari, RR = 0.83 (95% CI: da 0.59 a 1.17). Per tutte le cause di mortalità e di mortalità cardiovascolare, c’è stata una significativa eterogenicità quando sono stati inclusi i dati dell’UKPDS; c’è stata una significativa interazione con le sulfoniluree come concomitante trattamento per quanto riguarda l’infarto miocardico (p = 0.10 e 0.02, rispettivamente). Quindi, sebbene metformina sia considerata il gold-standard, il rapporto rischio/beneficio è ancora da chiarire. Non si può escludere una riduzione del 25% o un aumento del 31% della mortalità per tutte le cause. Non si può escludere una riduzione del 33% o un aumento del 64% della mortalità cardiovascolare.

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