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Un eccesso di acido eicosapentaenoico (EPA) potrebbe essere un fattore precipitante della FA ma non l'acido docosaesaenoico (DHA)

Fonte: Heart and Vessels, 2012, DOI: 10.1007/s00380-012-0264-3.

Queste sono le conclusioni a cui sono giunti i ricercatori giapponesi coordinati da Takeshi Tomita della Shinshu University di Nagano. Essendo controverso l'effetto degli omega 3 (acidi grassi polinsaturi - PUFA) sullo sviluppo di fibrillazione atriale, mentre risulta chiaro invece il rapporto tra le concentrazioni sieriche di n-3 PUFA e l'incidenza di fibrillazione atriale, pertanto i ricercatori hanno voluto esaminare meglio questo rapporto. Sono state valutate le concentrazioni sieriche di n-3 PUFA in 110 pazienti giapponesi con FA, in 46 pazienti con cardiopatia ischemica e senza FA e 36 volontari sani. Dei 110 pazienti con FA 36 erano anche cardiopatici ischemici (gruppo FA-CAD) mentre 74 no (gruppo FA). I livelli dell'acido eicosapentaenoico (EPA) nel gruppo FA erano più elevati rispetto a quelli del gruppo FA-CAD e a quelli dei gruppi di controllo (117 ± 64, 76 ± 30, e 68 ± 23 mg/ml, rispettivamente). Anche i livelli (DHA) hanno mostrato lo stesso pattern (170 ± 50, 127 ± 27, e 126 ± 35 pg/ml, rispettivamente). In entrambi gruppi (FA ed FA-CAD) i livelli di EPA nei pazienti con fibrillazione atriale persistente e permanente erano superiori a quelli nei pazienti con fibrillazione atriale parossistica (gruppo FA 131 ± 74 vs 105 ± 51 mg/ml; gruppo FA-CAD 82 ± 28 vs 70 ± 33 pg/ml). L'analisi multivariata ha mostrato che i casi di fibrillazione atriale sono stati associati con alti livelli di EPA ma non di DHA. Inoltre, i ricercatori hanno notato che livelli di EPA e di DHA nei pazienti con solo FA erano superiori a quelli nei soggetti normali. In particolare, il livello di EPA è stato associato con l'incidenza di FA.

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