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Incompetenza cronotropa, scompenso cardiaco e beta bloccanti: tra rilevanza clinica e leggende metropolitane

Spesso i beta bloccanti sono indicati come i colpevoli della incompetenza cronotropa...ma vediamo come stanno le cose.

Introduzione
L’incompetenza cronotropa (IC), vale a dire l’incapacità di raggiungere la frequenza cardiaca attesa (e pertanto di incrementare adeguatamente la gittata cardiaca) in risposta ad una data intensità di esercizio è concetto apparentemente estremamente semplice, ma in realtà gravato da una certa confusione, una frequente sottostima del problema nonché da convincimenti tanto radicati quanto spesso erronei. Il presente articolo si propone di rianalizzare la definizione, i criteri diagnostici, le cause e la prevalenza di questa sindrome con particolare attenzione al caso dello scompenso cardiaco cronico e di fare chiarezza sul ruolo che il trattamento con farmaci beta bloccanti riveste rispetto a tale condizione. E’ infatti opinione comune che l’incompetenza cronotropa sia il più delle volte semplicemente un effetto collaterale iatrogeno: recenti acquisizioni mostrano al contrario come la componente relata al trattamento farmacologico sia di scarsa rilevanza clinica e come invece l’IC sia condizione secondaria ad una alterazione del sistema neurovegetativo che reca con se conseguenze negative sia sul versante prognostico che su quello della qualità di vita del paziente.

Incompetenza cronotropa: definzione e criteri diagnostici
Secondo la definizione più classica, l’IC è definita come l’incapacità di raggiungere, al termine di un esercizio fisico massimale, una percentuale arbitraria (generalmente l’80 o l’85%) della frequenza cardiaca massimale prevista per quel dato soggetto, in relazione alla sua età e al suo sesso. E’, infatti, nozione di vecchia data che la frequenza cardiaca intrinseca, quella cioè relata alla frequenza di depolarizzazione del nodo del seno isolato dall’influenza del sistema simpatico e parasimpatico, per l’uomo intorno a 100 bpm, declini di circa 5-6 bpm per ogni decade di età. Tuttavia, la frequenza cardiaca a riposo non sembra essere influenzata dall’età nel soggetto adulto, ciò perché la frequenza cardiaca reale è il frutto del balance del sistema simpato-vagale. Quello che si modifica invece con l’età è la massima frequenza cardiaca in risposta all’esercizio. La formula più classica per il calcolo della frequenza cardiaca massimale si deve a vecchi studi sulla popolazione generale di mezza...continua a leggere

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